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Addio, PSM

sabato, 24 aprile 2010

Siccome, per motivi che ignoro (ma certamente legittimi), non è stato pubblicato, trovate qui di seguito il mio ultimo Deep Inside per PSM, un commiato alla gestione di Ualone (e alla rivista) per la quale ho lavorato a lungo e con soddisfazione da freelancer.

Prima di lasciarvi al testo, colgo l’occasione per augurare un sincero “in bocca al lupo” a Primoz, Alegalli e a tutto lo staff di Glitch, che, ne sono certo, curerà la nuova PSM con professionalità ed entusiasmo. Forza, ragazzi!

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THE LAST DEEP INSIDE

È tempo di dire addio, amici miei.

La vita è per definizione ‘finitezza’. Tutto finisce. Tutto. Lo sappiamo bene, fin da quando siamo bambini. Saliamo sulla giostra e sappiamo che la musica finirà, che si fermerà. Aspettiamo il giorno del nostro compleanno per festeggiare con gli amichetti ma sappiamo bene che il cielo si farà buio e che il citofono inizierà a suonare; una dopo l’altra, le mamme dei nostri compagni di giochi li trascineranno via, via verso casa, verso la cena, verso i compiti o chissà cos’altro. Chissenefrega. Tutto finisce sempre, perché la vita è finitezza. Perché la vita, come comincia, finisce. Già. Ma non ce ne accorgiamo mai fino all’ultimo.

Sono arrivato su PSM, questa PSM, solo per caso, forse anche male… di traverso. Ero già reduce da tante esperienze. La prima PSM in Italia, quella di un altro editore di un’altra città, le sue altre riviste, il magazine per il Cubo di Nintendo, la direzione di una redazione ancora diversa, con altre testate… Dannazione. Vite fa. Ma letteralmente. E insomma mi capita di bussare in Future, perché quella era al tempo la casa di PSM, e di chiedere di collaborare con le sue testate. La risposta è un sì ma lo spazio è poco, scrivo qualcosa saltuariamente. Intanto il lavoro vero è altro, fuori dal settore videogiochi. Mi trovo a realizzare una rivista sul fantasy legata al fenomeno Harry Potter. La Grande Magia, pensata e realizzata col Falinovix, il buon vecchio Francesco, una persona brava e perbene. Una persona educata.

Poi arriva questo press tour con Electronic Arts. Vai in Inghilterra per il gioco (non ricordo quale, forse il dannato Calice di Fuoco… che importa?), però scrivi inclusa nel prezzo anche un’anteprima per PSM. Con piacere, rispondo. La visita agli studios UK è un divertimento, scrivere il pezzo per la rivista un’opportunità. Entro in contatto con Ualone e i suoi. Mi pare gente simpatica. Strani, eh. Strani di brutto. Ma persone fighe. Mi piacciono. Il pezzo è poca cosa, irrilevante. Siate sinceri: vi importa dei giochi di Harry Potter? Non credo. Però qualcosa accade. Sarà perché sono rapido nel lavorare, sarà perché ho entusiasmo, sarà perché consegno puntuale… fatto sta che dopo un po’ di mesi ci sentiamo più spesso. Cominciamo a collaborare di più. Qualche fiera, a volte solo. Vado con mezzi miei. Non mi interessa: sono io a chiederlo. Non è lavoro, è prima passione. Così arrivano le traduzioni. E le news. E i Deep Inside.

Già, i Deep Inside, quell’intuizione di Ualone, che è uno che le riviste le capisce, le respira, le sa fare. L’idea è una boiata, no? Banale. I columnist di Edge, in Italia Videogiochi e poi Game Pro. Gli editorialisti su mille e una testate di ogni genere, maschili, femminili e neutre. Generaliste e specializzate, generali e speciali. Eppure mettere gli editorialisti su PSM è una fottuta intuizione, poche balle. Perché, perché, perché… perché il target… perché non è PSM… perché siamo (siete) tutti ragazzini. E invece i columnist sì. E dentro i Deep Inside. E bum! Ci si comincia a conoscere, ma davvero. Profondamente. Biunivocamente. Emotivamente.

Fast forward. Siamo insieme da così tanto tempo che tutto è intorpidito. Ci si gode l’ultimo caldo estivo nell’incoscienza di chi fa finta che il freddo non verrà. Ma lo sai che verrà. Oh sì… E il freddo, alla fine, viene. La crisi, i tagli, i singhiozzi. Lo capisci, lo hai vissuto mille volte. Ci sei cresciuto, ti ha fatto crescere. Certo, ma questo non significa che non faccia male. Ogni maledetta volta. Sempre uguale. Sempre.

Ualone va via, e altri con lui. PSM sarà diversa. Sarà qualcos’altro, perché una rivista è sempre un po’ figlia del suo editor: grazie a Dio, non può non essere così. Non ho dubbi, mai avuti, mai ne avrò. Io lascio con Ualone. Abbandono con loro, senza sapere che cosa accadrà dopo, senza realmente interessarmene. Abbandono con il mio stile, piaccia o non piaccia, perché la verità è che me ne frego del parere degli altri, del prossimo interessato, del parente serpente, del piccolo meschino. Ho altro da fare e ho altri orizzonti; ho altri valori e altri amici. Ualone è un grande, lo è stato fino all’ultimo secondo, con me. Lo rispetto come il guerriero onora il condottiero che sul campo di battaglia si è posto in prima fila, macchiandosi del sangue del nemico, facendo scudo col suo petto, lottando fino all’ultimo dannato respiro.

Non so se domani ceneremo all’Inferno e, se è per questo, non so proprio dove ceneremo… né dove sia l’Inferno. Faccio sinceri auguri a PSM, una rivista che ho amato già due volte, ma soprattutto auguri di cuore, dal cuore, a Ualone e ai suoi fedelissimi, perché di redattori così non se ne vedono troppi.

La vita è per definizione ‘finitezza’. Tutto finisce. Tutto. Farewell, my friends. Farewell. This is my Last Deep Inside. Ed è dedicato a voi.

Metalmark

Ho recensito Heavy Rain…

domenica, 28 febbraio 2010

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…ma forse con esiti imprevedibili.

WOM Awards: i migliori film del 2009

domenica, 7 febbraio 2010

Pubblico anche qui il nostro pezzo sui film “Best of 2009″:

Ed eccoci a tirare le somme anche per il cinema. Quali sono stati i migliori film del 2009? Sempre difficile fare una scelta! Noi della redazione di WOM ci siamo impegnati al massimo per segnalare le pellicole più belle dello scorso anno.

Miglior Film d’azione - Io vi troverò di Pierre Morel

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Probabilmente non si tratta proprio di un film perfetto, ma Io vi troverò convince soprattutto per l’audacia e il coraggio di Liam Neeson, che interpreta un padre pronto a tutto pur di salvare la figlia caduta in mano a degli sfruttatori, durante un viaggio in Europa. Tutto deve risolversi in 96 ore, oppure è la fine: davvero da mozzare il fiato!

Miglior Film Sci-fi - District 9 di Neill Blomkamp

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Un film di fantascienza, in cui il giovane regista sud africano Neill Blomkamp affronta tematiche profondamente attuali. La segregazione degli alieni sbarcati a Johannesburg diventa un ritratto davvero profondo della paura del diverso e delle drammatiche divisioni che comporta l’intolleranza.

Miglior Film Fantasy - Harry Potter e il Principe Mezzosangue di David Yates

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Miglior film fantasy del 2009 è, senza ombra di dubbio, Harry Potter e il principe mezzo sangue, diretto da David Yates. Probabilmente il migliore della serie, per intensità della narrazione e spettacolarità degli effetti visivi, a riprova che anche la produzione è cresciuta insieme ai nostri tre maghetti preferiti.

Miglior Film Horror - Halloween II di Rob Zombie

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Rob Zombie è tornato a terrorizzarci nel 2009! Palma d’oro della categoria Horror spetta al suo Halloween II, remake del celebre Halloween II: il signore della morte, datato 1981 e diretto da Rick Rosenthal.
Non è il Rob Zombie de La casa del diavolo, ma si conferma comunque maestro del terrore. Capace di raccontarlo come pochi, dando forma alle nostre paure e insicurezze, in Halloween II ripresenta un Michael Mayers in gran forma, che non mostra i segni della sua veneranda carriera “orrorifica”!

Miglior Adattamento da fumetto - Watchmen di Zack Snyder

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Sul gradino più alto troviamo i supereroi di Watchmen, pellicola di Zack Snyder, giudicata da noi, miglior trasposizione cinematografica di un fumetto girata nel 2009, con riferimento all’omonima miniserie animata, creata da Alan Moore e Dave Gibbons. Ambientato in una realtà alternativa nell’anno 1985, Watchmen vede ‘i guardiani’ ormai fuori allenamento, e alle prese con problemi quotidiani, riunirsi per sventare un complotto contro i supereroi del presente e del passato.

Miglior Commedia - Una notte da Leoni di Todd Phillips

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Risate a non finire per questa esilarante commedia che ci ha davvero conquistato. Tre amici partono alla volta di Las Vegas per festeggiare l’addio al celibato di uno di loro; questo è solo l’inizio di una serie di divertenti avventure in cui la comicità di alcune situazioni ai limiti del surreale non cade mai nel ridicolo.

Miglior Commedia Musicale - I love Radio Rock di Richard Curtis

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In questa categoria la redazione di WOM ha deciso di premiare I love Radio Rock, una commedia brillante del regista Richard Curtis, sulla storia della radio indipendente londinese che durante gli anni ‘60 aveva fatto sognare gli ascoltatori, trasmettendo canzoni rock da una nave. Motore del film la musica, e che musica!

Miglior Film d’Animazione - Up di Pete Docter

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Quest’anno non c’è storia: il capolavoro Disney Pixar Up non poteva non vincere nella categoria Animazione. Commovente, divertente, avventurosa, la storia del nonnino ottantenne all’inseguimento di un sogno e del suo aiutante in erba, il piccolo boyscout Russel, ha conquistato i nostri cuori con il suo poetico invito a vivere la propria vita al massimo. Un capolavoro.

Miglior Performance – Clint Eastwood per Gran Torino

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Un ottimo film Gran Torino, uno di quelli che mira dritto al cuore e al cervello degli spettatori. Del resto Clint Eastwood, anche nei suoi film precedenti, ci ha abituati a duri colpi per la nostra coscienza; tuttavia, quello che forse colpisce di più in questo film è il volto che lui stesso riesce a dare, da grande attore, alle profonde spaccature dell’animo umano, da sempre diviso tra la colpa e il perdono.

Miglior Dvd – The Wrestler di Darren Aronofsky

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Ottima qualità per il Dvd di The Wrestler, premiato con il Leone d’Oro all’ultima Mostra del Cinema di Venezia, soprattutto perché abbiamo la possibilità di rivedere una interpretazione di Mickey Rourke assolutamente straordinaria. L’attore è quanto mai credibile e commovente nella parte di Randy Robinson, un lottatore di wrestling ormai sul viale del tramonto, uno di quei personaggi davvero difficili da dimenticare.

Miglior Blu-Ray - Star Trek di J. J. Abrams

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Premiamo la qualità della Blu-ray experience prodotta dalla Paramount con Star Trek. Apprezzato anche dai fans storici, il dvd arricchisce questa straordinaria avventura con gli effetti grafici in altissima resa tipici del Blu-ray e dei contenuti extra interattivi da non perdere assolutamente.

Miglior Film del 2009 – District 9

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La scelta del miglior film in assoluto per il 2009 non è stata affatto semplice, perché la rosa dei candidati comprendeva titoli di tutto rispetto, da Gran Torino a The Wrestler. Noi di WOM abbiamo deciso di premiare un film forse meno conosciuto ai più, ma per noi significativo perché, pur essendo un bel film di fantascienza, riesce, al di là del genere, che certamente ci piace, a riflettere in modo fresco e mai scontato sul razzismo e sull’insensatezza di qualsiasi forma di intolleranza.

WOM Awards: i migliori giochi del 2009

giovedì, 4 febbraio 2010

Pubblico anche qui il nostro pezzo sui videogiochi “Best of 2009″:

Abbiamo già da un po’ detto addio al vecchio anno, e nel frattempo abbiamo potuto mettere le mani su alcuni dei migliori titoli del 2010. Ma facciamo un piccolo salto nel passato e vediamo quali sono stati i migliori giochi, per ogni genere, che hanno segnato il 2009: scegliere è stato davvero difficile, considerato l’altissimo livello delle produzioni. Noi abbiamo privilegiato chi ha più puntato sulle idee, sulle innovazioni e, in generale, chi ha alzato lo standard del mercato videoludico. E, di questi tempi, è un qualcosa che succede all’ordine del giorno.

Miglior action-adventure – Assassin’s Creed: 2 (Ubisoft)

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AC2 riprende e migliora il primo capitolo, riuscendo a raggiungere uno status qualitativo e artistico che impone lo standard per tutte le altre produzioni. Le perfette ricostruzioni delle città nel loro periodo rinascimentale, una realizzazione tecnica eccelsa e una cura certosina del background storico, lo rendono il nuovo punto di riferimento del mercato videludico.

Miglior FPS – Modern Warfare 2 (Activision)

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L’Avatar dei videogiochi, un kolossal di stampo hollywoodiano capace di polverizzare ogni record di vendita finora realizzato. Ma non solo, è anche un sequel che migliora in tutti gli aspetti il già sorprendente predecessore, puntando a scelte registiche di enorme impatto e ad una sceneggiatura d’alto livello, capace anche di far discutere (e non poco).

Miglior gioco di ruolo – Dragon Age Origins (EA)

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BioWare dimostra ancora una volta, come se servisse, la sua straordinaria abilità nello scrivere e raccontare storie, questa volta basate su di un background interamente di sua creazione. Un mondo dark fantasy maturo e coinvolgente, dove saremo chiamati a prendere scelte decisive ed esplorare dungeon affascinanti con l’aiuto di un cast a cui è impossibile non affezionarsi.

Miglior platform – New Super Mario Bros. Wii (Nintendo)

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Super Mario Bros. Wii ci ricorda come e perché un gioco deve essere divertente. Un’operazione quasi postmoderna, che ripropone il classico gameplay ideato da Miyamoto nel 1987 e lo attualizza sfruttando tutte le possibilità offerte dalle attuali console. Giocarci in 4 è una delle migliori esperienze che possiate provare con il vostro Wii.

Miglior picchiaduro – Street Fighter IV (Capcom)

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Il re dei picchiaduro è tornato, e lo fa al suo meglio, riuscendo ad accontentare i fan di vecchia data e tutti coloro che si accostano per la prima volta a questo storico brand. Carisma, grafica eccellente e un gameplay antico ma tuttora validissimo, fanno del titolo Capcom il dominatore incontrastato del genere.

Miglior strategico – Warhammer 40.000: Dawn of War (THQ)

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Finalmente il genere strategico è stato innovato, riuscendo a sconvolgere le sue fondamenta, ormai anacronistiche ed abusate. Tecnicamente eccelso, elimina alcuni capisaldi dell’RTS in favore di un azzeccato elemento action-RPG. Il multiplayer è diventato in breve una roccaforte delle competizioni online.

Miglior gioco di guida – Forza Motorsport 3 (Microsoft)

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Rappresenta il nuovo termine di paragone per le simulazioni di guida. Il sistema di controllo è preciso e all’avanguardia, la modalità carriera complessa e con un altissimo livello di libertà per il giocatore, e la realizzazione tecnica impeccabile. Turn 10 si è superata: Gran Turismo saprà fare di meglio?

Miglior sportivo – Fifa 10 (EA)

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Dopo anni di penombra, il Re è finalmente tornato, e non ce n’è più per nessuno. Quello di Fifa 10 è semplicemente il miglior gameplay mai visto nella storia della serie, nonché il più ricco. Praticamente tutti gli aspetti del calcio sono stati trattati, dalla semplice partita, al lato carriera a quello manageriale: per un appassionato, è questo il paradiso.

Miglior MMORPG – Aion: The Tower of Eternity (NCsoft)

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Senza alcun dubbio, il miglior MMORPG uscito quest’anno, sia a livello di innovazioni che per l’intrinseca bellezza del suo mondo, epico e suggestivo. Il gameplay è solido e introduce un concetto di PvP come mai si era visto prima, che sfrutta le affascinanti meccaniche del volo.

Miglior rhytm game – The Beatles: Rockband (EA)

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Il gameplay irresistibile di Rock Band al servizio dei Fab Four: il risultato, è un sorprendente amarcord del gruppo più amato di sempre che, grazie ad una curatissima direzione artistica, ripropone per ogni canzone le suggestioni dell’epoca in cui era stata scritta. Di tutte le varie edizioni alternative della serie, senz’altro la più riuscita.

Miglior puzzle – Scribblenauts (Warner Bros. Interactive)

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5th Cell è uno sviluppatore praticamente indie, e non stupisce quindi che il più grande punto di forza del suo lavoro sia l’idea. Scribblenauts infatti non ha fronzoli, ma una grande idea ce l’ha, ed è quella di poter evocare praticamente ogni parola del dizionario (e non solo), aprendo infinite possibilità e soluzioni al giocatore. Piccolo piccolo, ma geniale.

Miglior produzione italiana – SBK09 (Milestone)

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Il nuovo appuntamento con il miglior racing game sue due ruote, tutto italiano, si fa forza di una veste grafica rinnovata e ricca di dettagli, in pista e non solo. La simulazione è, ancora una volta, di un incredibile realismo, e prende in considerazione praticamente tutti gli aspetti fisici di una vera corsa. Questa edizione è poi, finalmente, accessibile anche ai profani grazie a delle apposite opzioni.

Avatar: un fottuto capolavoro

martedì, 12 gennaio 2010

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[La mia recensione da WINGS OF MAGIC: CINEMA E VIDEOGIOCHI]

Quando James Cameron si cimenta con la fantascienza, non ce n’è per nessuno. Ed è così che dopo due capolavori immortali quali Aliens e The Abyss, il regista in grado di frantumare ogni record al box office con Titanic torna a stupire e incantare con un’opera maestosa e unica in grado di incatenare lo spettatore alla poltrona per la durata di quasi tre ore, trasportandolo letteralmente su un altro pianeta. In tutti i sensi.
Il film, rigorosamente in 3D, narra le vicende di Jake Sully (Sam Worthington), un marine che, rimasto invalido a seguito di un grave incidente, si trova a sostituire per ragioni di compatibilità genetica il gemello scienziato, deceduto, in un delicato programma di studio sul lontano pianeta Pandora, zona di estrazione mineraria preziosissima per gli umani. Il programma consiste nell’utilizzare alcuni uomini come piloti a distanza di corpi alieni riprodotti geneticamente e, in questo modo, riuscire a conoscere meglio le usanze e le motivazioni della popolazione autoctona di Pandora, i Na’vi. La situazione è da subito piuttosto complessa e tesa: Jake, in quanto ex marine privo di nozioni scientifiche, non è ben accetto dalla dottoressa Grace Augustine (Sigourney Weaver), direttrice del progetto di ricerca; inoltre i militari di stanza su Pandora, guidati dallo spietato Colonnello Miles Quaritch (Stephen Lang), intendono utilizzare Jake come spia tra i nativi per facilitare l’allontanamento di questi ultimi dal loro habitat naturale, assai ricco di preziosi minerali. Abbandonando il suo corpo semi paralizzato e prendendo il controllo neurale del suo ‘avatar’ Na’vi, Jake Sully scoprirà, in parte fortunosamente, che gli alieni che popolano Pandora sono creature sensibili e pacifiche, dotate di una affascinante cultura che li tiene in perfetta armonia con la natura; l’amore per un’indigena farà il resto, determinando l’inevitabile cambio di fronte che terminerà in un’epica lotta per la sopravvivenza e per la salvezza del popolo dei Na’vi.

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Il primo aspetto di Avatar da sottolineare è che non sono né il 3D, assolutamente straordinario, né gli effetti visivi in generale, i migliori mai visti al cinema, a fare grande il film. L’opera di James Cameron è portentosa per le stesse universali ragioni che hanno decretato la grandezza di ogni capolavoro dell’arte cinematografica dalle origini ad oggi: una storia intensa e avvincente, interpreti di grande spessore e un impatto emotivo così forte da lasciare storditi. Ed è immediatamente chiaro sin dalla prima sequenza, dalla prima battuta del film. Sì, l’intuito dell’appassionato avverte qualcosa, un formicolio strano, il pizzicore da senso di ragno che ci comunica che qualcosa di incredibile sta per avvenire sotto i nostri occhi increduli. Poi è la fine: tutto comincia a suonare in perfetta sincronia, ogni parte del tutto si sintonizza sulle corde della nostra anima, portandoci oltre lo schermo, oltre le immagini, fin nel cuore pulsante della natura viva e unica di Pandora, negli occhi autentici e puri di un popolo, i Na’vi, che incarna magistralmente tutti gli oppressi di millenni di storia umana.
La cura maniacale con la quale Cameron ha realizzato Avatar negli ultimi 12 anni ha impresso al film un ritmo perfetto, dettato da attrici e attori davvero bravi, sui quali torreggia una favolosa Sigourney Weaver, tornata a far coppia con il grande regista americano dopo aver interpretato Ellen Ripley in Aliens. Ma Avatar non è un film per solisti, quanto un grande coro di mille talenti, tecnici e artistici, tutti diretti all’unisono, tutti impiegati al fine di comunicare un’epicità a tratti soffusa e a tratti irruenta, l’epicità che è propria della battaglia per la libertà e la sopravvivenza della propria gente.

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Forse il film sembrerà retorico ai più cinici e disincantati, ma fate attenzione, poiché il canto di James Cameron vuole proprio essere un’ode all’innocenza ritrovata, alla presa di coscienza che esistono valori antecedenti all’umanità stessa, codici naturali atavici da preservare ad ogni costo, pena la perdita delle proprie radici, del senso stesso dell’essere al mondo… qualunque mondo.
Avatar
è senza dubbio il primo grande monumento al cinema del futuro, al nuovo modo di intendere, anche solo visivamente, la Settima Arte, eppure è prima ancora di questo la riformulazione del nuovo Millennio del grido di libertà di Braveheart, del grido di dolore di Koyaanisqatsi: Jake Sully non lotta solo per la libertà del popolo Na’vi, ma anche e soprattutto per evitare che la disarmonia tra uomo e natura che ha condannato la specie umana infetti anche il lussureggiante pianeta Pandora. Avatar è un poema panteistico di struggente bellezza, una rapsodia di divinità immanenti che paiono volerci parlare con il solo linguaggio universale del codice genetico: la vita è tutto, ed è prima di tutto, proprio come l’energia, destinata a permanere in questo universo, indelebile traccia di ciò che siamo stati, di ciò che abbiamo provato.
Avvinti in un vortice sensoriale, scagliati in un tunnel ben più che tridimensionale, sarete proiettati così lontano da ritrovarvi nel centro esatto del vostro spirito, a confrontarvi non già con astronavi, pianeti e alieni quanto con l’alfabeto della vostra anima, quello che molti di noi sono destinati a perdere abbandonando la fanciullezza, travolti da nuovi obiettivi e troppe illusioni. Ecco, Avatar è questo: è gli occhioni di un bambino che scopre il mondo, stupendosi di fronte a ogni farfalla, a ogni singolo stelo d’erba. E se soltanto la tecnologia di questo secondo decennio del nuovo millennio avrebbe in effetti potuto rendere possibile questo incantesimo, allora rendiamo il dovuto applauso a James Cameron, che ha avuto la forza di attendere e costruire, di lavorare, smontare e rimontare un capolavoro di tale magnitudine. Sgombrate la mente da ogni dubbio e pregiudizio e andate in sala a vedere Avatar: è un viaggio che per nessuna ragione al mondo deve essere mancato.

Marco Accordi Rickards

Halloween II: la mia recensione

domenica, 18 ottobre 2009

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Che Rob Zombie sia uno dei registi fondamentali con i quali fare i conti nel panorama cinematografico horror è un incontrovertibile dato di fatto da quando, dopo un esordio controverso e interessante come La Casa dei 1000 Corpi, la rock star ha sfornato quel capolavoro che risponde al nome de La Casa del Diavolo, riuscitissimo e violentissimo ibrido tra slasher, road movie e western contemporaneo, un raro esempio di magistrale horror tutto sotto l’impietosa luce del sole e nel quale la linea di confine tra Bene e Male, buoni e cattivi, è talmente labile da divenire inconsistente, mostrando che neppure un ribaltamento dei ruoli è possibile in un mondo dove il sistema violenza/sadismo/vendetta è elevato a motore immobile dei fatti umani. Ebbene, quello stesso Rob Zombie è stato successivamente incaricato di uno dei compiti più ardui per un cineasta horror: realizzare un remake/reboot di Halloween, l’opera con cui nel 1978 John Carpenter, riprendendo lo spunto del più artigianale Black Christmas, canonizzava per sempre lo slasher movie, dando origine al mito malvagio di Michael Myers, maschera cara a ogni appassionato di orrore filmico.

29 anni dopo, dunque, approdava sul grande schermo l’Halloween di Rob Zombie, un film certamente d’autore (non il solito remake fotocopia o un deprecabile reboot commercial-generazionale), a tratti coraggioso e geniale nel puntare molto sullo sviscerare l’infanzia del Mostro, mostrando, quasi col piglio del determinista più fervente, come il serial killer e mass murderer Michael Myers, prima che tale, fosse stato un bambino disagiato, nato in una famiglia a suo modo mostruosa, tra stimoli violenti che bene seppero incanalare la sua naturale propensione all’odio, al massacro. Il film nel suo complesso, tuttavia, soffriva del confronto con l’opera di Carpenter, soprattutto nella sua seconda parte, dove le analogie non potevano che essere maggiori: non che sia una colpa provare un senso di sudditanza psicologica verso un Maestro quale John Carpenter e una delle sue migliori prove, eppure certe non-scelte, certe sequenze tirate via, sembrano quasi delineare una resa preventiva, un cedere le armi di fronte a una sentenza già scritta. Emblematica al riguardo la figura del Dottor Loomis, leggendario personaggio che, nell’originale, è interpretato da un grandissimo Donald Pleasance ma che Rob Zombie sciupa pur avendo in mano un colosso come Malcolm McDowell.

Veniamo ora a Halloween II.

Un Panorama desolante

sabato, 14 marzo 2009

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Non posso non inorridire di fronte all’ultima caccia alle streghe sponsorizzata da Panorama. Di che si tratta? Ve lo racconta la mia bravissima collega Virginia Petrarca, responsabile del Centro Studi di AIOMI, in questo suo pezzo uscito ieri su Wings of Magic:

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http://www.wingsofmagic.it/arriva-panorama-capolavoro-di-disinformazione/

Forse dovremmo dire “torna Panorama”, dal momento che il settimanale in questione si è ormai distinto per la sua politica di attacco e polemica indiscriminati verso tutto o quasi tutto quanto faccia videogioco sin da quando il suo dossier su Rule of Rose (e altri titoli diseducativi) balzò alle luci della ribalta per i suoi toni di condanna aprioristica e, soprattutto, indegnamente disinformata. Vien quasi da credere che ormai lo si faccia apposta per attirare lettori, non importa con quale disposizione d’animo, e potremmo non essere poi così lontani dalla realtà dei fatti. L’ultimo scandalo (non stiamo ovviamente parlando del soggetto dell’articolo, ma dell’articolo in sé) si consuma in Rete su Panorama.it, sito ufficiale della rivista che al tempo accolse anche le lettere di protesta relative al dossier di cui sopra, e ha un protagonista d’eccezione: Resident Evil 5, in uscita proprio oggi e al centro sin dalla sua prima apparizione di dibattiti sul presunto razzismo di rappresentare nemici di provenienza africana. Di colore, insomma. Neri, se vogliamo proprio “dirla tutta” (come si esprime l’autore quando esplica la “provenienza etnica mista” di Sheva, la coprotagonista).

L’articolo, in realtà una news tipo blog, non dice poi granché di nuovo, configurandosi piuttosto come una raccolta di tutte le generalizzazioni immaginabili e di tutti gli errori che si possono commettere nel descrivere il gioco. Il tema, ovviamente, è il supposto razzismo delle sue premesse, ovvero indossare i panni di un “cacciatore bianco e biondo” (cosa che Chris Redfield, in effetti, non è: basta vedere la foto a corredo dell’articolo, che mostra la sua scarmigliata chioma castana) che spara ad africani vestiti di stracci. Si continua definendo i nemici spagnoli del predecessore Resident Evil 4 “vivi, ma posseduti dal demonio” (e non da un parassita creato in laboratorio, ovvero Las Plagas). Non dimentichiamo, poi, che Resident Evil 5 non è certo soltanto la nona iterazione della serie “tra vari formati e spin-off”, ma si posiziona decisamente più avanti nella numerazione ordinale delle uscite: basterebbe consultare un qualsiasi database videoludico online per venire sonoramente smentiti. Si conclude, per dar forza alle preoccupate argomentazioni, con le parole di Tom Edwards, il capo del gruppo d’interesse speciale per la localizzazione della IGDA (International Game Developers Association). Parole che, nonostante la strumentalizzazione, suonano decisamente più ponderate del resto e aprono al dialogo e alla riflessione anziché all’attacco indiscriminato sostenuto dall’ignoranza.

Non c’interessa, onestamente, se Panorama stia polemizzando per amor dell’audience o per genuina mancanza di voglia d’informarsi: quello che c’interessa è che si smetta di rendere il videogioco un bersaglio privilegiato per il tiro a freccette del moralismo. Dobbiamo far sentire tutti la nostra voce, ma non come appassionati che giustamente protestano con la veemenza del loro entusiasmo, bensì in modo calmo e autorevole che però allontani con fermezza queste accuse correggendole con la dovuta precisione. In una parola: vergognatevi!

Virginia Petrarca

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Vi invito a fare un salto sull’Osservatorio Videoludico di AIOMI e proporre come rispondere a questi attacchi della generalista. Qualcosa dobbiamo fare, è evidente. Dateci una mano. Facciamolo insieme!

Qui il link!

La lezione di Hideo Kojima

domenica, 4 gennaio 2009

O, se preferite, l’ignoranza e l’immaturità della critica videoludica.

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Trovo che Metal Gear Solid sia una delle serie di videogiochi più belle mai venute alla luce e considero Guns of the Patriots una delle opere videoludiche più mature e significative mai prodotte, un capolavoro di finissima fattura e di squisita raffinatezza. Eppure non è di questo che voglio parlare, o almeno non nel senso tradizionalmente inteso dalla critica di settore. Non siamo in sede di recensione e non sta a me analizzare le dinamiche di gioco del quarto MGS o i suoi meriti e demeriti tecnici. No, a me preme discutere di un’altra questione: il valore artistico del videogioco, la sua accettazione e il modo in cui esso viene trattato proprio da noi giornalisti della stampa specializzata. E mi spiace molto anticiparvi che le conclusioni cui perverremo non sono edificanti e positive. Ma andiamo con ordine.

Sul piano generale, sostenere che il Videogioco non sia una forma di espressione artistica è ormai pura follia.

(continua…)

IVDC: così parlò LinkNellaGrotta

martedì, 25 novembre 2008

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Rubando a piene mani testi e immagini da Nintendarea, ecco un pezzo interessante sulla IVDC scritto da Davide Soliani, Creative Director di Ubisoft Studios Milano.

Leggete:

“Un gruppo di ottimisti, me compreso, sette anni or sono cercò di fare anche in Italia l’IGDC. Avere un Chapter Italiano avrebbe dato lustro a una realtà videoludica che a fatica riusciva a tenersi a galla. Il tentativo fallì miseramente, non eravamo organizzati e probabilmente non abbastanza volenterosi per portare avanti una cosa così grossa.

E’ stato quindi per me una grande sorpresa vedere che Marco Accordi Rickards, Raul Carbone e gli altri organizzatori delle fiera, sono riusciti a fare quello che un gruppo di sviluppatori non erano riusciti a fare anni prima. Sabato si è tenuta la conferenza e tantissimi relatori del mondo dei videogiochi, Italiano e non, hanno partecipato portando la loro esperienza, o la loro simpatia. Avendo lavorato in canada per molto tempo, ero abituato a vedere l’IGDA di Montreal, non più di 30 o 40 persone con un tavolino, della birra e un laptop. Niente di male in questo, per carità, ma vedere l’IVDC al forum di Assago straripare di persone (probabilmente più di 200 nella stessa stanza), è stato affascinante. Ma le persone che hanno seguito l’evento erano ben di più, oltre le 400. Onore quindi agli organizzatori dell’evento, che sono riusciti a far fare un passo importante all’industria dei videogiochi qui in Italia.”

[L'ARTICOLO E' DI DAVIDE SOLIANI]

Il seguito, però, leggetevelo (e vedetelo!) qui!

IVDC: un successo, grazie a tutti voi

lunedì, 24 novembre 2008

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Tutti noi di AIOMI vogliamo ringraziare chi ha parlato e chi ha partecipato alla prima edizione dell’IVDC. Siamo esausti ma felicissimi. Un successo oltre le più rosee aspettative.

GRAZIE!